Il Piacere

Un‘esperienza rieducativa piacevole è data dal seguente passo, tratto da un articolo del dott. Frank Wildman, Trainer del Metodo Feldenkrais, California - che descrive una lezione di Integrazione Funzionale data a una paziente, giovane, a giudicare dalla descrizione (la regola del piacere non vale solo per i bambini: i clienti di Feldenkrais avevano età che andavano da pochi mesi a 97 anni), che ha subìto una grave lesio­ne traumatica a un ginocchio.


All’ospedale, Ann fu condotta da me in carrozzina. Aveva una flebo nel braccio e al viso lo sguardo di una cerbiatta atterrita. Mi era stata portata perchè facessi una dimostrazione di Integrazione Funzionale su un paziente in uno dei miei corsi per fisioterapisti sul meto­do Feldenkrais. Aveva un drenaggio nel ginocchio destro. Il ginocchio era stato leso in un incidente, e suc­cessivamente si era infettato in ospedale.

Adesso aveva dolori atroci al ginocchio. L’infe­zione si stava estendendo ad altre parti della gamba. Non era più in grado di appoggiarsi sul piede destro e stava diventando difficile manipolarla perché, a causa del terrore e del male, si difendeva da qualsiasi contatto fisico. Ann aveva sentito tanto male in ospedale, che era in stato di allarme per quello che avrei potuto farle, specialmente in presenza del numeroso personale dell’ospedale. Mentre attraversavo la stanza dirigendomi verso di lei, fece una smorfia di dolore e assunse un’aria ancora più spaventata. Cosa potevo fare?

Cominciai col chiederle di dirmi fin dove potevo avvicinarmi a lei pur permettendole di sentirsi ancora a suo agio, e promettendole che non avrei fatto nulla che potesse farle male. Dissi che per nessun motivo avrei toccato il suo ginocchio o la sua gamba destra, a meno che non fosse lei stessa a chiedermi di farlo. Questo la rassicurò quel tanto che bastava per permettermi di avvicinarmi a lei.Mi avvicinai lentamente e impercettibilmente alla sua chinesfera sensibilizzata, cercando di trovare aree in cui si potessero individuare possibili aperture che ci permettessero di sta­re più vicini. Finalmente potei arrivarle abbastanza vicino da chiederle se potevamo strin­gerci la mano. Le chiesi se questo le faceva male. Lei disse di no, e allora le chiesi se pote­vamo farlo per un tempo un po’ più lungo.
E così cominciai a lavorare con lei, partendo dalla mano destra, e poi risalendo lungo il braccio e su fino alla spalla. Poi le chiesi l’altra mano. Mentre cominciava a rilassarsi, le domandai se non sarebbe stata più comoda in una posizione sdraiata. Questo significò trasportarla con molta cautela dalla carrozzina al lettino, evitando qualsiasi pressione sul piede destro. Lei disse che al mattino si svegliava sulla schiena, e cosi partimmo da questa posizione.

Poi cominciai a fare con Ann un gioco che la incuriosì. Le chiesi se potevo toccare la sua testa. La mia domanda era: “Se dovessi stabilire un scala da uno a dieci, con dieci che cor­risponde al dolore più forte possibile, quanto male ti fa il modo in cui ti tocco adesso?” Lei rispose che le piaceva. Anzi, era stupita che le piacesse. Allora le chiesi di sviluppare un’altra scala di valutazione; una scala del piacere. Dieci sarebbe stato il piacere più estati­co che potesse immaginare.

Cominciai ad esplorare le spalle e le coste, e a lavorare a fon­do sull’addome e sul diaframma. Lei cominciò ad espandersi. La sua pelle cominciò ad ac­quistare colore, e io le dissi: “Per favore puoi sorridere?”, cosa che la fece ridere. La risata si trasformò immediatamente in pianto al pensiero che non rideva da tanto tempo. Poi le chiesi se potevo toccare la sua gamba sinistra, quella che non le faceva male. Si allarmò e disse; “Se mi tocchi la pianta del piede destro, non potrei sopportare il dolore. Per favore non toccarlo.” Così lavorai sulla gamba sinistra, sulla testa, sul bacino, e intanto continua­vo a chiederle: “Su una scala da uno a dieci, quanto male ti ha fatto, e quanto piacere senti?” Poi chiesi ad Ann di aiutarmi a farla sentire bene. Lei imparò come respirare e come rior­ganizzarsi in modi molto sottili ma precisi, per non scattare o avere reazioni eccessive al dolore. Poi lei disse: “Vorrei che anche la gamba destra si sentisse come si sente il resto del mio corpo.” Risposi: “Non si sente già meglio?” Confessò che sì, andava meglio, ma attribuì la cosa al fatto che non l’avevo toccata. Dissi che forse, se la toccavo, si sarebbe sentita meglio, e lei annuì. Ma io le dissi che doveva essere lei a chiederlo, come era stato stabilito all’inizio. Rise, questa volta senza lacrime.

Dopo un po’ fui in grado di toccarle il piede destro e di premere dalla pianta. Le toccai il ginocchio e le insegnai che cosa fare con il resto di se stessa per fare in modo che il ginoc­chio si sentisse meglio mentre lo stavo toccando. Fu molto colpita dal constatare che pote­va controllare il dolore nel ginocchio attraverso l’uso particolare del resto del suo corpo. Anzi, ne era felice. Ann dapprima descrisse il dolore nel ginocchio come dieci, e fummo poi in grado di scendere a quattro. Disse che anche la spinta dal piede faceva male fino a dieci, ma fu in grado di far scendere il valore fino a due. In sostanza, ricreammo una mappa del suo corpo tale che, invece di essere tutta la persona a sentire stress e dolore, e specialmente il ginocchio, ora lei aveva un corpo che si sentiva bene quasi dappertutto. Aveva anche differenziato il dolore nel ginocchio in vari stadi con­trollabili, che rimanevano confinati all’area del ginocchio stesso. Ann non era più doloran­te dappertutto: aveva semplicemente male al ginocchio.
Conclusi poi la sessione facendo muovere il suo corpo in schemi funzionali che le sarebbe­ro stati utili per camminare, sempre facendo in modo che tutto quello che facevo si riflet­tesse in movimenti del ginocchio destro, e in movimenti che lei sentisse come buoni: mo­vimenti piacevoli del ginocchio destro.

Cominciò a costruire una scala di piacere per il suo corpo, invece di una scala di assenza di dolore. Successivamente le feci contrarre i muscoli della gamba e le feci imparare che cosa fare con il respiro, in modo da poter concretamen­te avere il controllo volontario dei muscoli, che erano diventati straordinariamente ipotro­fici.
Alla fine Ann fu in grado di alzarsi e di appoggiarsi per la prima volta dopo settimane sul piede destro. Incredula lei stessa, riuscì a fare qualche passo fino alla sedia a rotelle. Ma questo non fu tutto.

Alcuni giorni dopo, al mio ritorno a casa, ricevetti una telefonata dal suo medico curante dell’ospedale, che mi diceva che il ginocchio aveva iniziato uno straordinario processo di guarigione. Lui e i suoi colleghi avevano preso in considerazione l’eventualità di amputar­le la gamba, ma ora avevano deciso che sicuramente l’operazione non sarebbe più stata ne­cessaria, ed erano già in grado di togliere il tubo di drenaggio dal ginocchio. Il medico mi disse anche che Ann stava già cominciando a mangiare e a fare brevi passeggiate.Mi ringraziò, e alla fine della nostra conversazione disse: “Come ha detto che si chiama il suo metodo?”


“Pleasure” The Feldenkrais Journal N. 6 - Winter 1991 Traduzione di Franca Losi


Sedute individuali Feldenkrais: convenzione Amici per Sempre



Percorsi salute e cure naturali 2018


PAVIMENTO PELVICO
Esercizi per tutte le donne

iL PROGETTO INFO
Perché è così importante? INFO


REPUBBLICA.IT

Intervista: Una seduta di Feldenkrais e passa il mal di schiena

 


The New York Times
Trying the Feldenkrais Method for Chronic Pain

 


Iniziative nel territorio:

Corso Feldenkrais a Fabro Scalo
>>> Info  UNITRE Alto Orvietano

Corso Feldenkrais UNIPOP Chiusi
>>> Info Proloco Chiusi



  • LA GINNASTICA DELLE DONNE